Grande uomo Roberto Saviano, grandi tutti contro il cancro italiano riconosciuto a livello anche cinematografico con la vittoria a Cannes del Grand Prix della giuria a Cannes.
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Costituzione, articolo 1: "La sovranità appartiene al popolo"
Grande uomo Roberto Saviano, grandi tutti contro il cancro italiano riconosciuto a livello anche cinematografico con la vittoria a Cannes del Grand Prix della giuria a Cannes.
Incredibile....Il regista Paolo Sorrentino diceva: «Di Andreotti ho saputo solo delle prime reazioni infastidite quando ha visto il film. Si è parlato anche di una richiesta di tagli». A sovranità limitata dal 1943, l’Italia è dal 1989 a sovranità più limitata. È il contesto degli Arcana Imperii che sono il tessuto del Divo di Paolo Sorrentino (nelle sale da venerdì prossimo), vita tempestosa di Giulio Andreotti negli anni Novanta, fra un processo e l’altro dai quali è uscito in ultimo grado sempre assolto. Il Divo è il quarto film di Sorrentino e il terzo in concorso al Festival di Cannes. Ma soprattutto è il primo applaudito da una stampa il cui attributo di internazionale spesso non fa rima con originale. C'è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l'agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima immagine (grottesca) di Giulio Andreotti ne Il divo. Siamo negli Anni Ottanta e quest'uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana ed è pronto per l'ennesima presidenza del Consiglio. L'uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà, grazie al suo potere MAFIOSO senza esserne scalfito Tangentopoli per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto dalla magistratura ma non dal popolo italiano che sa la verità. Paolo Sorrentino torna a fare cinema direttamente politico in Italia (Il caimano essendo un'abile commistione di politico e privato). Compie una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L'uomo di Stato che è stato definito di volta in volta, la Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù e, giustappunto, il Divo Giulio si prestava sicuramente a divenire simbolo di una riflessione sui mali del nostro Paese. La scelta era comunque difficile perchè Sorrentino aveva alle sue spalle almeno tre nomi ai quali ispirarsi e dai quali stilisticamente distinguersi in questa sua riscoperta del cinema impegnato: Francesco Rosi, Elio Petri, Giuseppe Ferrara. Il primo con il suo rigore nella denuncia, il secondo con una visionarietà graffiante, il terzo con il suo cronachismo drammaturgicamente efficace. Sorrentino riesce nell'operazione. Dichiara, consapevolmente o meno, i propri debiti nei confronti degli autori citati nella fase iniziale del film che innerva però sin da subito con una cifra di grottesco che diventa la sua personale lettura del personaggio e di coloro che lo hanno circondato e sostenuto. Proprio grazie a questa scelta stilistica può permettersi, nell'ultima parte del film, di proporci le fasi processuali per l'accusa di mafia grazie a una visione in cui surreale e reale finiscono con il coincidere. L'Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto se stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l'unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta "I migliori anni della nostra vita" entra di diritto nella storia del cinema italiano. È la sintesi perfetta (ancor più degli incubi ritornanti con le parole come pietre scritte a lui e su di lui da Aldo Moro dalla prigione delle BR) di una vita consacrata sull'altare sbagliato. “Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro Paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione”. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, intervenendo all’assemblea di Confindustria. “Non è più eludibile un piano di azione per il ritorno al nucleare” ha aggiunto. “È un solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione”. “Solo gli impianti nucleari” ha detto il ministro “consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente. Onoreremo questo impegno con convinzione e determinazione”. Il ministro ha anche messo in luce la necessità di definire “una strategia energetica nazionale contenente priorità, indirizzi e strumenti di attuazione per il breve e il lungo periodo” e che sarà sottoposta a pubblica consultazione attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”. Scajola ha ribadito la necessità di “ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica e prevedendo soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi”.Parlando più in generale di energia, Scajola ha ricordato che “l’obiettivo della crescita non può essere conseguito senza affrontare con estrema risolutezza e senso di responsabilità” la questione, anche alla luce della “particolare vulnerabilità dell’Italia”. Il Paese ha bisogno di energia “a costi competitivi, in quantità adeguate e in condizioni certe: la bolletta energetica pesa per 60 miliardi di euro e rende negativa la nostra bilancia commerciale”.Il ministro ha spiegato che “bisogna agire con forza lungo tre direttrici: diversificazione, infrastrutture e internazionalizzazione”. Per raggiungere gli obiettivi e “rilanciare gli investimenti semplificheremo gli iter autorizzativi, promuoveremo il dialogo con il territorio, premiando con incentivi e iniziative di sviluppo le popolazioni interessate ai nuovi insediamenti”. E in questa azione, sarà consentita anche la possibilità di “estendere l’uso dei termovalorizzatori per la produzione di energia, ottimizzando il ciclo dei rifiuti”. “Ereditiamo inefficienze e ritardi, accumulati negli ultimi 20 anni dall’ultimo piano energetico nazionale: è ora di voltare pagina”, ha proseguito annunciando una “strategia energetica nazionale” che “sarà sottoposta a pubblica consultazione e dibattito attraverso una Conferenza nazionale per l’energia e l’ambiente”. L’annuncio del ministro ha suscitato subito reazioni contrastanti. Tra gli entusiasti, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, che ha dato subito la disponibilità della sua azienda a fare la sua parte. “Siamo pronti ed effettivamente la durata della legislatura, pari a cinque anni, può essere un percorso realizzabile”, ha spiegato. Di segno opposto il commento di Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente. “Non si può tornare al nucleare - ha sostenuto - perché è una scelta costosa e ideologica. è come l’articolo 18, e sappiamo com’è finita quella battaglia”. “Il nucleare è una scelta sbagliata perchè è antieconomica, vecchia e pericolosa”. Lo ha dichiarato Angelo Bonelli, esponente dei Verdi che ha aggiunto: “L’energia atomica da fissione non ha risolto i gravissimi problemi delle scorie radioattive e dei costi enormi. Questi problemi hanno già portato importanti paesi europei come Svezia, Germania ed Olanda ad uscire dal nucleare e a puntare con forza su energie pulite, rinnovabili e sicure”. A qualcuno sembra un traditore, ad altri un infiltrato. E lo sa Massimo Russo che sarà difficile far digerire la sua scelta agli uni e agli altri. Perché il magistrato più duro e puro della Procura di Palermo che, da presidente della sezione provinciale dell'Anm, si ritrovò a sostenere quella sorta di rivolta contro Piero Grasso e il suo aggiunto Giuseppe Pignatone — sempre vicino alla «cordata Caselli » —, capeggiando pure le plateali manifestazioni contro il ministro Castelli, starebbe per diventare assessore alla Sanità nella giunta di centrodestra guidata dall'autonomista Raffaele Lombardo. Alla base dei veleni interni alla Procura, si sa, c'erano sempre le inchieste su Berlusconi e Dell'Utri e soprattutto quelle sul governatore Cuffaro con gran dibattito su manette sì, manette no. Ma adesso Russo, che molti ricordano in toga quando guidava i colleghi abbandonando l'aula magna durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario per manifestazioni alternative fuori Palazzo e con la Costituzione in mano, potrebbe invece sedersi in giunta proprio accanto agli assessori del partito di Cuffaro, compreso Nino Dina, triturato come altri nel dvd di tante polemiche, La mafia è bianca. Appunto, «bianca» come la Sanità siciliana che Lombardo, stando alle indiscrezioni, vorrebbe affidare al magistrato alto e giovane, radici a Mazara del Vallo, scelto due anni fa dalla famiglia Borsellino per guidare la Fondazione istituita dopo la chiusura del Centro sciolto fra le polemiche e le inchieste su padre Giuseppe Bucaro. Qualcuno aveva storto il naso anche per il suo primo salto nelle Istituzioni, quando l'anno scorso Clemente Mastella, da Guardasigilli, arruolò Russo fra i collaboratori di via Arenula. Una stagione breve e sfortunata. Con le critiche pronte ad aleggiare su quel volo a Roma. Niente, rispetto a quanto accade adesso nel fronte antimafia. Con tanti che si sentono traditi. Al contrario di altri, diffidenti, forse preoccupati dall'inserimento di un magistrato nel governo regionale. Ma Lombardo sembrerebbe orientato a far leva su Russo e anche su un altro magistrato palermitano, Giovanni Ilarda, proprio per dare una scossa alla platea dei clientes, a imprenditori e mediatori abituati a frequentare gli assessorati a caccia di prebende, decreti e sovvenzioni. Un modo per far capire che cambia il vento, che ai magistrati non si può chiedere di piegare le leggi. Insomma una sorta di barriera contro vecchi vizi. E Russo, cosciente di questo, ha accettato la mediazione avviata da Giovanni Pistorio, una colonna del Movimento autonomista, componente della Commissione antimafia, una sintonia romana nata nella passata legislatura. Poi la conoscenza diretta di Lombardo. Infine l'assenso, come spiega in una lettera ai vertici della sua corrente, il «Movimento per la Giustizia»: «Mi accingo a compiere una scelta difficilissima, molto sofferta ma, al contempo, meditata e convinta... ». Cosciente dei problemi legati alla Sanità: «So bene che la delicatissima vischiosità del settore impone una sfida titanica... ». Un modo per invocare una mano ai colleghi: «Non è un consenso che chiedo, ma solo, se è possibile, rispetto. Un rispetto affettuoso, alieno da freddezze istituzionali, carico di vicinanza umana...». Correva l’anno 2001, mese di gennaio, Giuliano Amato con centrosinistra al governo. Le elezioni sono in agenda per aprile 2001. Berlusconi è di nuovo alle porte e il presidente della Rai Roberto Zaccaria, prodiano di ferro battuto, decide che è il giunto il momento dell’emergenza, di scavare le trincee e mettere in campo la contraerea. E osa l’inosabile: mettere le mani sui programmi, convocando a pranzo i direttori di rete e capistruttura, praticamente tutti, per orientare una carica dei nostri contro la nuova invasione del barbaro di Arcore. E qui arriva il primo alt di Celli che fa presente a Zaccaria che un presidente per legge non può mettere mano ai programmi. Non solo. Zaccaria pensò bene di trasformarsi anche in direttore di rete supplicando Grillo di tornare in Rai. Inultimente. A quel tempo però, sotto l’egida Rai2 di Carlo Freccero, andava in onda Daniele Luttazzi con “Satyricon”, un programma che prima di andare in onda doveva ottenere il “passi” di Celli, che varie volte intervenne di forbici per eliminare certe asprezze non propriamente adeguate al servizio pubblico. E quando arrivò la proposta by Freccero-Zaccaria di invitare l’autore de “L’odore dei soldi”, Marco Travaglio, a “Satyricon” Celli si oppose; così come si schierò contro una puntata di “Sciuscià” by Santoro che scodellava una scaletta ammazza-Berlusconi. Allorché Celli viene a sapere che Travaglio sarebbe stato ospite, che il duo Freccero-Zaccaria lo aveva scavalcato, prende carta e penna e rassegna le dimissioni in data 8 febbraio 2001. La trasmissione Luttazzi-Travaglio andrà in onda il 14 marzo, un mese dopo. L’anno successivo, 18 aprile 2002, Berlusconi spara l’editto bulgaro. Nuovo proprietario per l'Unità. Il presidente della regione Sardegna nonche' patron di Tiscali, Renato Soru, ha acquistato, stamattina, la testata de "L'Unità", storica testata della sinistra fondata da Antonio Gramsci. Il quotidiano sarà intestato ad una fondazione che si occuperà della gestione. "Non era giusto che il giornale di Gramsci e di Enrico Berlinguer, che ha rappresentato tanto nella storia del nostro Paese, fosse trattato - spiega il Governatore - come una merce qualsiasi". La notizia di oggi confermano le voci che da tempo davanti Soru intenzionato ad entrare nel campo dell'editoria. Contatti confermati anche da Marialina Marcucci, presidente della Nie, la società che edita l'Unità. "Le parti - spiegava pochi giorni fa la Marcucci - si sono incontrate e hanno avviato contatti seri anche se ancora non c'è niente di definito. C'è un reciproco interesse ma serve tempo per chiudere la trattativa". Auspicio che oggi si è tradotto in realtà. Il contratto sarà eseguito il 5 giugno. L'Assemblea dei soci che oggi avrebbe dovuto decidere la ricapitalizzazione, si svolgerà probabilmente il 6 giugno. Soddisfatto il cdr del giornale che, mesi fa, si era opposto all'ingresso della famiglia Angelucci (proprietaria di Libero e il Riformista): " "In tutti questi mesi ci siamo battuti perchè i nuovi assetti dell'Unità fossero coerenti con la sua storia e il suo radicamento e garantissero prospettive di sviluppo certo al giornale. La soluzione che si è determinata risponde a queste richieste e ci soddisfa appieno". E sulla vicenda interviene anche Walter Veltroni, che dell'Unità è stato direttore in passato. "Ora la compagine societaria - dice il segretario del Pd - e' più forte e potrà sostenere una fase di rilancio del quotidiano che, per la sua storia e per il suo presente, è tanta parte delle battaglie civili e sociali per cambiare il nostro paese".
Vestiti, scarpe, mobili, sigarette, ma anche alimentari, luce e gas. Negli ultimi cinque anni l'inflazione italiana è cresciuta più che negli altri paesi europei e per alcuni prodotti e servizi di prima necessità i prezzi sono saliti a ritmi ben più accelerati che in Francia e Germania. A fare i conti è stata la Fipe Confcommercio, che in uno studio dedicato all'andamento dei prezzi dopo il passaggio lira-euro, sottolinea ad esempio come nel confronto con Berlino, l'inflazione italiana è stata doppia per il cibo, e addirittura di dieci volte superiore per i mobili, gli articoli e i servizi per la casa. Il mito dell'Italia meta turistica a poco prezzo, più che abbordabile anche per chi ci abita, sembra dunque definitivamente tramontato, visto che tra il 2002 e il 2007 l'inflazione è cresciuta più che nei due nostri principali partner europei in otto di dodici capitoli di spesa. Il nostro paese è rimasto sostanzialmente in linea con gli altri solo in un capitolo, quello dei trasporti, ed è stato più virtuoso in tre settori: servizi sanitari e spese per la salute, comunicazioni e istruzione. Per il resto, la rincorsa dei prezzi è stata tale che Roma sembra sempre più allinearsi a Parigi e Berlino, dove fino a dieci anni fa la vita costava invece ben più cara. Guardando ai capitoli di spesa, le elaborazioni della Fipe dei dati Eurostat mostrano come in cinque anni per gli alimentari l'inflazione sia stata del 4,8% in Germania, del 6,2% in Francia e del 10,1% in Italia. Dinamica simile per abbigliamento e calzature: il segno è stato negativo in Germania (-3,4%9, in Francia i prezzi sono aumentati di appena l'1%, mentre in Italia la variazione è stata del 7,4%. Le bevande alcoliche e i tabacchi hanno registrato impennate un pò ovunque, ma è in Italia che l'incremento è stato maggiore (+33,8% contro +30,3% in Germania e +27,3% in Francia). Anche per abitazione, acqua, elettricità e combustibili, il confronto va a nostro sfavore: +14,6% in Germania, +19,3% in Francia e +20,2% in Italia. La corsa dei prezzi è stata più veloce nel Bel Paese anche per mobili e articoli per la casa, per ricreazione, spettacoli e cultura (l'andamento 2002-2007 è stato negativo sia in Francia che in Germania, contro il +7,4% dell'Italia), per servizi ricettivi e ristorazione e per gli altri beni e servizi. L'Italia respira invece soprattutto nelle comunicazioni (-22,1% contro il -4,2% della Germania e il -6,7% della Francia). Il tasso di inflazione nei cinque anni è più basso anche nei servizi sanitari (+11,6% contro il +14% della Francia e il +24,8% in Germania) e nell'istruzione (+14,1% contro il +15,7% della Francia e il +35,2% della Germania). Siamo a metà del guado invece per quanto riguarda i trasporti: +16,4% in Italia, +16,6% in Francia, +14,9% in Germania. Gianni Alemanno parla del fascismo nella sua prima intervista al Sunday Times, dopo l'elezione a sindaco di Roma. ''Fu fondamentale nella modernizzazione dell'Italia. Il regime prosciugò le paludi; creò l'infrastruttura del Paese'' ha dichiarato l'esponente di An, che ha negato di essere ''fascista, ex fascista o postfascista''. Alemanno porta ad esempio l'Eur, definendolo, un ''esempio di architettura che diede importanza all'identità culturale''. L'ex ministro dell'Agricoltura parla anche di sé: "La gente che mi chiama Duce mi fa ridere. Non sono affatto fascista e penso che ormai la parola appartenga ai libri di storia. Personalmente sono giunto a odiare qualsiasi forma di totalitarismo, sia di destra che di sinistra". Il titolare del Campidoglio ha anche precisato: "Non mi sono mai definito fascista, neppure quando ero giovane, anche se negli anni Settanta e Ottanta noi della destra pensavamo che il fascismo fosse stato sostanzialmente positivo. Ora capiamo che era totalitario e quindi generalmente negativo, e che deve essere condannato". In questa sezione potrai postare e commentare tutto ciò che vuoi, compreso notizie utili, lamentele e quant'altro!!
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